martedì 17 febbraio 2015

IL NUOVO NUMERO DE L'URLO

E' uscito il quarantaseiesimo numero de l'urlo.
Si tratta di un numero particolare perché abbiamo deciso di pubblicare l'articolo de l'invitatoinmotociclo@gmail.com, che descrive un bel film che abbiamo visto in redazione in dicembre, ed un lunghissimo articolo di J. che prende la restante parte del giornale.
Si tratta di un articolo molto bello e molto intenso, per questo abbiamo deciso di non spezzarlo in più parti e di pubblicarlo per intero, crediamo che valga la pena di leggerlo tutto d'un fiato.
Come al solito trovate il numero qui accanto nella colonna dell'archivio.
Buona lettura!

LA REDAZIONE DE L'URLO

lunedì 26 gennaio 2015

SOSTANZE STUPEFACENTI E PREGIUDIZI


Due settimane fa è venuta in redazione L., discutendo con lei, ad un certo punto, ci ha confessato che riguardo la scrittura si sentiva un po' "bloccata", ha aggiunto che era da tanto tempo che non scriveva e che non si sentiva ancora pronta per tornare a scrivere. Poi, la settimana successiva è venuta con questo pezzo bellissimo che ci ha letto in redazione.
Abbiamo deciso di pubblicarlo subito perché vale davvero la pena di leggerlo!
Alla faccia del "blocco"!!!

La redazione de l'urlo

All'interno del termine comunicazione sono racchiuse una miriadi di accezioni, e penso che conoscere le svariate modalità con cui possiamo presentarci agli altri, interagire con loro e farci conoscere, sia un enorme risorsa. Noi esseri umani certamente comunichiamo con le parole, ma questo non esclude che lo possiamo fare anche con la gestualità, le espressioni del viso, il modo che abbiamo di muoverci, di camminare. Seppur spesso ciò avvenga in maniera involontaria, posso comunicare parecchio di me agli altri anche solo con una stretta di mano, con un sorriso. Quello su cui mi sono interrogata molto spesso è quale sia il modo più corretto e costruttivo, e meno traumatico, per comunicare agli altri che facciamo, o abbiamo fatto, uso di sostanze. "Chi è" il tossicodipendente? Senza scontrarsi subito contro un muro di pregiudizi derivati da ignoranza riguardo all'argomento, e con un'informazione frammentaria e "terroristica", mirata più all'emarginazione del tossicodipendente che ad una reale voglia di spiegare, per la maggior parte della gente il tossicodipendente è solo quello che "ruba, picchia i genitori, vive alle spalle degli altri, si scambia siringhe e per questo è sicuramente malato, sporco e da tenere alla larga". Così come l'omosessuale è quello "incapace di rapporti veri, infedele, sciocco e amante della promiscuità e della vita dissoluta". E ce ne sono a centinaia di luoghi comuni del genere, uno o più per ogni categoria di persone (e non solo) a cui la società e la tradizione hanno affibbiato una determinata etichetta: così "gli zingari sono tutti ladri", "le belle donne sono tutte stupide", i "gatti neri portano sfiga", "chi ha tatuaggi è un delinquente" e via così.
Ma qual è allora il modo migliore, la forma di comunicazione più efficace, per far conoscere agli altri il mondo dei tossicodipendenti? Il primo passo è senza dubbio quello di far capire alla gente che "i tossicodipendenti" non è un'entità unica, un insieme di persone tutte uguali tra loro, non sono una rigida categoria.
Il tossicodipendente è il muratore che lavora con te tutti i giorni, è la maestra di tuo figlio, è il ragazzo vino che ancora studia, è il celibe, la madre di famiglia, il compagno d'università; il tossicodipendente è vecchio, è giovane, antipatico e simpatico. È la persona che vive tra noi, è il tuo vicino di casa, è il passeggero accanto a te sul treno.
Capire questo è già un primo passo.
Per anni io stessa mi sono privata dell'opportunità di nuove amicizie, perché ritenevo quasi un obbligo, per dare il via ad un rapporto, di presentarmi subito per quello che ero: una tossica. Mi sembrava impossibile mettere le basi per una nuova amicizia, senza prima "confessare il mio peccato".
Che sciocchezza eh?
Come se una persona fosse costretta a confidare subito un aspetto della propria vita così importante ma anche così delicato e personale.
Chi mai pretenderebbe, conoscendo una persona, che stringendole la mano per presentarsi, dicesse: "piacere mi chiamo tizia e sono anoressica", oppure: "molto lieto, sono Caio e soffro di attacchi di panico"?
E allora perché, per chi fa uso di sostanze, dovrebbe essere diverso?
Per troppi anni mi sono etichettata da sola come "la tossica", tralasciando tutti gli altri aspetti di me, le mie qualità. E se lo facevo io per prima forse posso biasimare gli altri se lo fanno? Per far sì che le persone ci conoscano per quello che siamo realmente dobbiamo essere noi i primi a farci conoscere. E allora, forse, per comunicare agli altri chi è un tossicodipendente la prima regola è quella di non comunicarlo, fino a che non sentiamo che è arrivato il momento, e abbiamo instaurato con l'altro un rapporto fatto di fiducia e rispetto. Dobbiamo farci conoscere per ciò che siamo, come qualunque altra persona, senza macerarci nella sensazione che stiamo nascondendo qualcosa di grosso. E dobbiamo avere più fiducia nelle persone e credere che se ci apprezzeranno per quello che siamo, con i nostri pregi, i nostri difetti, le nostre fragilità, se apprezzeranno "quella persona lì", allora quando verranno a sapere che si tratta di un tossicodipendente il loro giudizio non cambierà, e l'opinione che si erano fatti di noia "prima", resterà invariata anche "dopo".
E se così non sarà: tanti saluti! nel mondo ci sarà sempre chi non riesce ad andare oltre i pregiudizi: non è certo colpa nostra!

L.




venerdì 9 gennaio 2015

L'URLO SETTIMANALE

E' da un po' che non pubblicavamo dei post... ma nostre attività ci hanno assorbito non poco!
Tuttavia ricominciamo con una bella novità: la redazione de urlo diventa, da gennaio, un appuntamento settimanale!!!



Inoltre ci tenevamo ad annunciare che l'urlo sarà presente martedì 20 gennaio dalle 9:30, a Bologna, nella Sala Polivamente del palazzo della Regione  (via Aldo Moro, 50) in occasione del seminario "Droghe e comunicazione" durante il quale terrà un intervento per presentare le attività del nostro giornale. Siamo molto contenti di questa opportunità che è un bel riconoscimento soprattutto per tutti quelli che, in questi anni, hanno contribuito coi loro articoli ed il loro lavoro a rendere questo giornale vitale ed interssante!

La redazione de l'urlo

sabato 29 novembre 2014

sabato 22 novembre 2014

IO DAVANTI A ME: FRA BENE E MALE

Ieri sera in redazione abbiamo letto questa riflessione di A., le sue parole ci hanno colpito tantissimo per quanto sono profonde, poetiche e vere. A commento delle sue considerazioni è nato un vero e proprio dibattito che abbiamo registrato e che trovate nella sezione "La voce della redazione". Questo articolo comparirà anche nel prossimo numero de l'urlo che uscirà fra pochissimo.
 
LA REDAZIONE DE L'URLO
 
*  *  *
 





 
 
Quando decidi di fare una cosa se ne presentano altre dieci.

Quando decidi di risolvere dieci cose, se ne presentano altre venti…
La vita è un aumentare di debiti che non salderai mai (che rischi di non saldare mai).
Guarisci una ferita e intanto una zanzara ti punge, schiacci la zanzara, risolvendo il problema a monte, ma intanto ti finisce la scorta d'acqua, così ti ritrovi a vivere una vita, a difendere strenuamente ciò che hai creato o ti è stato regalato, e se molli un po', la frana dell'esistenza ti crolla addosso perché così è la vita, e io ne ho abbastanza, ne ho abbastanza di me, degli altri, del sole che sorge ogni mattina, del sistema della politica, delle religioni, della fede, di ciò che sono, del non rispetto, della vita contorta che c'è e magari mi sono pure creato.
A volte vorrei parlare, ho la voce bassa, non ho voglia di urlare, perché gli altri coprono la mia voce? Cosa c'è di sbagliato in me? Perché non ho resistenza? A cosa serve la resistenza? Alcuni mi dicono che è colpa mia e credo pure io che sia colpa mia, altri mi dicono che non è colpa mia, e credo che non sia colpa mia.

Socializzare (con persone giuste) è un buon modo per redimere le proprie colpe. Ho perso… Sto perdendo me stesso forse vorrei trovarlo negli altri..? A volte mi recupero, come un soldato che salva il suo compagno, forse in questo sta la bontà, dai te stesso agli altri, dai te stesso a te stesso. Forse desideri che gli altri diano un po' di se stessi a te. Ma del resto credo che, così debba essere la vita. Credo che questo debba essere uno dei sensi della vita. Senza pensiero di tornaconto ("di lucro") per nessuno.
La nostra apatia e uno dei peggiori mali. Ogni cosa che fai è importante, questo è importante ricordarlo. Abbiamo bisogno di buoni schemi per imparare. Devi cercare di fare le cose con minuziosità, perché così è bene. La mente ha tanti risvolti, tra un minuto, adesso, domani, tra un'ora. Le persone hanno tanti risvolti. Come sopra, tra un minuto, tra un'ora, domani, ieri, la società è fatta di tante menti separate (perché non la solidarietà non unisce?).

Mi toglie la morte per salvarmi, cerca la morte per risollevare.
Cambiare, variare, accartocciare e vivere.
Ed è spesso sempre uno stropicciamento di ciò che volevi, peggio di una brutta copia, qualcuno vuole qualcosa da noi, c'è chi la vuole per il nostro bene, c'è chi la vuole per il nostro male, qualcuno la vuole per insegnarci, i cattivi e/o la cattiveria ti possono insegnare a soccombere così come ad elevarti. I buoni e/o la bontà possono insegnare a soccombere così come a usare l'intelligenza, scaltrezza… Cosa insegnano le due parti? A che cazzo serve essere intelligenti, benevoli, a cercare l'altruismo se diventi l'esatto contrario di ciò? E se… chi ti sta vicino sottomette le tue qualità e ti circuisce, tu chi sei? Chi volevi essere? Il risultato è caos, preparazione all'odio.

A.M.

domenica 14 settembre 2014

WORLDS

Venerdì 12 settembre abbiamo ricevuto questo articolo da una persona che frequenta Sottosopra, si tratta di un articolo scritto da Salvatore, ospite di una comunità. L'articolo ci ha colpito molto per quanto è intenso ed onesto e, per questo, abbiamo deciso di pubblicarlo. Grazie Salvatore, un affettuoso saluto da tutta la Redazione.

LA REDAZIONE DE L'URLO

*  *  *

 Sere di cui neanche mi ricordo, emozioni alterate e amplificate, spesso mutilate. L'inverno dentro me e, fuori, gli occhi gonfi, midriasi, miosi, tachicardia, scoordinamento motorio, paranoia improvvisa, occhiaie su un volto morto e gelido che, senza parlare, raccontano della sera prima. Nistagmo, labbra livide dal bruxismo, methylenediossimetanfetamina, ketamina, acido lisergico, thc, quietapina e clonazepam. Delorazepam, buprenorfina, diazepam. Sedazione eccessiva o intensa euforia, rilascio anormale di serotonina e, ancora, ho l'odore di quegli anni addosso, di quella camera del mio corpo che riposa con le buste sotto il cuscino e gli spasmi muscolari, pensieri suicidari, ma tutto andava bene, per me era il mio mondo, spesso chiuso in una camera o per le vie del centro. I vicoli, le piazze, le cliniche.

Smisi di guardare la tv presto, la sensazione era orrenda, un mondo felice fatto di grandi talenti che presentano le loro facce al mondo intero, e celano dietro falsi sorrisi la brutalità di una realtà ancora più orrenda, la tristezza del mondo al di fuori del maxi schermo, ma finche sei dentro pare tutto cosi bello. Quiz a premi e giovani illusi di diventare ricchi con la cultura, come se non bastasse la cultura stessa a renderli tali, ma al giorno d'oggi sento ancora quegli odori, e se venissero dal profondo di me? beh... dovrei ingerire litri di profumo per coprirne l'odore nauseabondo, non servirebbe comunque ad aprire il giardino dei ricordi contorti, non vi è una chiave, dovrei costruirla, parlavano spesso di un piccolo fabbro che, una volta che lo riuscì ad aprirlo, si chiuse dentro e venne ucciso dai suoi stessi ricordi, e la chiave fu così persa tra il fango rosso sangue e le microfine infette. Sono cresciuto con gli incubi, di conseguenza morirò sognando?
Si, ora ricordo, mi narrarono inoltre di un libro chiamato Bibbia, dissero che poteva salvarmi, la chiamano fede, io gli replicai che di favole ne avevo lette e sentite abbastanza, e fui definito uno stolto, pensavo di essere cresciuto, forse mi sbaglio, poiché sono uno stolto o un infedele perché non credo più alle favole. Una sensazione comune credere che l'inferno sia qui e ora come una prova, quasi come un gioco, chi lo lascia perde la posta che sarebbe una vita migliore o, meglio, un posto migliore chiamato paradiso. Oddio ora sono anche incoerente, scusatemi, e, sempre parlando di gioco, mi ci sono messo in gioco mi sono esposto in modo lucido in un altro mondo chiamato amore, era strano, vedevo persone mano nella mano camminare su petali di rose scarlatte , il fruscio del vento sussurrava una frase: "ti amo". Poi all'improvviso su quegli stessi petali ci camminai preso per mano con lei, quel fruscio si insidiò nelle nostre teste, non avevamo bisogno di parlare, ci bastava incrociare gli sguardi per ritrovarci sotto una luna piena dal colore cristallino, delle stelle dal bagliore accecante, fui spaventato dopo un periodo in quel mondo, allora lei mi chiese di parlare e un frastuono assordante uscì dalle mie corde vocali, rendendo lei una salma pallida e orribile. Scappai e tornai alla mia navicella spaziale.

Ritornai sul mio pianeta e iniziai a riempire i polmoni di fumo, il naso di polveri colorate, lo stomaco di liquidi dal sapore amaro. Cristalli di metamfetamina sulla lingua... corsi in quella camera e mi guardai allo specchio, come ero bello! Ero stupendo ai miei occhi, ma gli specchi diventarono occhi, occhi della gente "normale", a me facevano ridere sinceramente, li vedevo schiavi del loro mondo fatto di lavori pesanti, dolori squarcianti, vecchiaia che diventava tristezza che a sua volta diventava depressione, illusione. Fu quella follia a spingermi troppo oltre, non esisteva più differenza tra giorno e notte, stare bene o stare male, normalità e anormalità; fui catturato e chiuso in un mondo chiamato "istituto penale minorile", vi erano sbarre ovunque, porte blindate, feccia della gioventù odierna di diverse etnie, in cui non vi erano regole ma il più forte annientava il più debole, e io ero un debole senza le mie polveri colorate, i polmoni vuoti come il mio stomaco e la mia lingua non aveva più quel sapore di amfetamina, di conseguenza fui annientato e il risveglio dopo la morte fu in un mondo piuttosto bizzarro.
Lo chiamavano "comunità terapeutica", notavo giovani, ragazzi e ragazze, convivere come una famiglia, come se ignorassero che non si sarebbero mai visti né conosciuti nel mondo di fuori, poi vedevo adulti assediare uffici e dettar regole con aria di superiorità intellettuale, poiché avevano con loro dei pezzi di carta con scritte che neanche loro comprendevano, ma erano apparentemente felici. Cercai disperatamente un'uscita di emergenza, volevo tornare nel mio mondo ma non vi erano indicazioni nell'ambiente che mi circondava, chiesi così ai giovani, ma dissero che vi era una porta con la scritta "cambiamento" e una a seguire con la scritta "autodistruzione". Mi spiegarono inoltre che per aprire la porta "cambiamento" bisognava avere diverse chiavi, e queste ultime erano nascoste dentro noi, però mi dissero anche che la porta dell'autodistruzione non necessitava di alcuna chiave ma solo di odio, rancore, frustrazione e trascorsi macabri. Provai a cercare le chiavi della prima porta, ma non riuscivo a trovarle, mi dissero che la prima era etichettata con la parola motivazione, ed era quella più nel profondo del nostro essere, ma trovarla comportava un prezzo da pagare altissimo ma altrettante cose belle dall'indescrivibile sapore di lucidità, dal profumo di brezza marina corallina. Io non trovai la chiave, e varcai la porta che potevo utilizzare, poiché avevo tutto ciò che necessitava senza neanche bisogno di cercare. Mi ritrovai in una strada buia, ogni tanto dei piccoli bagliori la illuminavano, erano anime che bruciavano, fui improvvisamente strattonato da una sagoma dal bagliore accecante, riuscivo solo a udire la frase: "vale la pena di vivere, se pur piangerai un giorno sorriderai, vieni con me!". Non so perché, ma anche non volendo mi ritrovai di nuovo su un altro mondo, codesto veniva chiamato "comunità terapeutica per tossicodipendenti". Appena dentro notavo persone di ogni età senza niente di materiale, sorridere e convivere , i loro volti parlavano di sofferenza che a piccoli passi sarebbe diventata felicità non permanente, ma a loro non interessava, dicevano di essere coscienti che la vita non era fatta solo di emozioni positive. Spostando lo sguardo stanco dai neurolettici, vidi inoltre le comunissime persone del mondo definito relativamente normale porgere la mano a chi cadeva, venivano chiamati operatori, ma erano diversi, sembravano dei soldati che si schieravano contro l'inferno chiamato droga, per proteggerci. Essi mi narrarono che un giorno avrei indossato quell'uniforme e avrei potuto scegliere di vivere pagando un prezzo caro, ma guadagnando qualcosa di più prezioso del denaro, e che avrei potuto aiutare chi stava nel mio mondo a uscirne, e distruggerlo con un esplosione dal rumore di una supernova nello spazio... Iniziai a ricercare quelle chiavi che non trovavo, e ancora oggi le cerco, ma ne ho trovato un paio, la più grande ha il nome di vita, e ha colori indescrivibili mai visti. Dedicato a chi lotta ogni giorno, a ogni operatore di C..., a ogni utente e a ogni sognatore sveglio!

Salvatore 

lunedì 25 agosto 2014

IL NUOVO NUMERO DE L'URLO

 


E' uscito il nuovo numero de l'urlo (il 44)!!!
In questo numero ricchissimo troverete, fra le altre cose, un'intervista ad Eva Robin's de "l'inviato in motociclo", alcune interessanti riflessioni sugli orizzonti che si possono aprire dopo un lungo periodo di sofferenza, alcune considerazioni sulla recente pronuncia della Corte costituzionale riguardo alla legge "Fini-Giovanardi" e, infine, un piccolo pezzo di cabaret.
Buona lettura!